Contro il cristianesimo elettorale

Io, francamente, del cristianesimo da campagna elettorale ne ho pieni i coglioni. Non della religione, sia chiaro: quella – in quanto ateo –...

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Io, francamente, del cristianesimo da campagna elettorale ne ho pieni i coglioni. Non della religione, sia chiaro: quella – in quanto ateo – mi serve, ne ho bisogno come l’arciere che si attizza alla vista del bersaglio. Del resto, essendo più liberale dei cosiddetti liberali, considero imprescindibile, in un Paese civile, il diritto di professare qualsiasi religione (così come quello di non professarne alcuna) e, soprattutto, la loro parità di fronte alla legge.

È la religione fatta con le bandierine politiche che mi irrita. E mai come in questo periodo, in cui la politica politicante non fa altro che discutere di crocifissi, veli, corani, bibbie. Disquisizioni ancora più insopportabili quanto emerge evidente l’ignoranza testarda – l’ignoranza è sempre cocciuta – di chi le pronuncia. E che mette sempre ai margini quel principio – la laicità dello Stato – che ormai soltanto i giovani ingenui come me possono permettersi di invocare.

Ne ha fatto le spese anche la Basilicata, in occasione dell’approvazione dell’atteso Statuto regionale. Già il primo articolo (“Princìpi”) del neonato Statuto non promette bene, da quel punto di vista: al comma 3, infatti, si legge che «la Regione assume come fondanti i valori derivanti dal proprio patrimonio spirituale e religioso e dalle lotte civili e sociali dei lucani». In quest’ordine. Prima la religione, poi la società civile: cioè quella legge – come ricorda lo storico Giordano Bruno Guerri – che la Storia, e la Chiesa, hanno riservato agli italiani, i quali sono tanto educati al cristianesimo quanto diseducati ai valori civili. I nostri consiglieri, questa legge – che in realtà è una condanna – l’hanno cristallizzata giuridicamente per statuto. Nel primo articolo, tanto per mettere subito le cose in chiaro.

Ma, non appagato, qualcuno, in Aula, ha cercato di fare di più. Chi legge, se segue anche solo minimamente le vicende politiche lucane, avrà già intuito il nome: Aurelio Pace. Ora, tale consigliere si è distinto, nell’anno del Signore duemilaquindici, per due battaglie d’avanguardia. La prima, a luglio, quando fu il primo firmatario di una ridicola quanto scandalosa mozione – e ancora più scandalosa fu la sua approvazione – che, in mezzo a improbabili interrogativi scientifico-filosofici, si scagliava contro la cosiddetta “teoria del gender” vietandone l’introduzione nelle scuole. Oggi, invece, il suddetto consigliere si fa promotore di un emendamento allo Statuto – stavolta, fortunatamente, respinto – volto a inserire un esplicito riferimento alle “radici cristiane” nella Carta regionale. Che bel curriculum. Che battaglie concrete. Proprio ciò di cui questa regione, ultima fra le ultime, ha urgente bisogno.

Forse il consigliere dimentica che il cristianesimo altro non è stato che una costruzione stratificata, e dunque artificiosa, di concetti, riti, dogmi, credenze ampiamente scopiazzati dai precedenti culti pagani. E quindi parlare di “radici cristiane” vuol dire tutto ma prima ancora niente (non che questo, intendiamoci, significhi che il cristianesimo non abbia avuto importanza nel nostro patrimonio culturale). E non voglio metterla sul piano dei contenuti, perché credo che la nostra Europa debba sentirsi in debito molto di più con la cultura classica che con quella – ammesso che sia soltanto una – cristiana. Ma non per questo auspico, nello Statuto della mia regione, riferimenti a Giove o ad Apollo.

La religione è un fatto privato. Il che non significa che sia una questione individuale: può anzi essere benissimo un solido carattere comunitario. Ma bisogna saper distinguere la comunità dalla società. La prima è relativamente chiusa, identitaria, particolare; la seconda aperta, multiforme, universale. E quindi non può essere regolata da leggi religiose, che sono esclusive per definizione. È ciò che ci hanno insegnato le grandi conquiste filosofiche, di carattere necessariamente laico, che hanno modellato la nostra cultura “occidentale” negli ultimi secoli. Ed è curioso che a dimenticarlo siano proprio quelli che inorridiscono di fronte a quelle società, come quelle islamiche, le cui istituzioni e il cui diritto sono strettamente intrecciati con la dimensione religiosa.

Per questo, consigliere Pace, il riferimento alle “radici cristiane” non aggiunge nulla. Anzi, paradossalmente, è un’aggiunta che toglie. Toglie giustizia alle grandi intuizioni che hanno arricchito quella civiltà Occidentale di cui i paladini del presepe, non avendo di meglio da fare, si ergono a rappresentanti.

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