don Ferdinando Castriotti “Tutta la povertà che ho visto io non voglio dimenticarla.”

C’è un prete che il 3 marzo 1969 nasce a Venosa. Studierà Filosofia e Teologia, specializzandosi in Dogmatica e Morale, con dottorato in Bioetica. Rivoluzionerà l’Honduras. Prenderà...

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C’è un prete che il 3 marzo 1969 nasce a Venosa. Studierà Filosofia e Teologia, specializzandosi in Dogmatica e Morale, con dottorato in Bioetica. Rivoluzionerà l’Honduras. Prenderà in braccio il Ciad. Insegnerà in Israele. E molto, molto altro. Un uomo che è un indimenticabile viaggio.
E’ don Ferdinando Castriotti. E l’ho incontrato per voi.

Se le dico “El Paraìso”, mi regala un ricordo?

El Paraiso non è solo un ricordo, è carne. Dopo averci vissuto sette anni, è pelle, è qualcosa che sento mia, un percorso che ho fatto e spero di continuare a fare. Mi basta guardarmi le mani per rivivere la tanta gente incontrata, respirata, che è El Paraìso.

Ci tornerà?

Certo. Ci torno almeno una volta ogni anno. Le opere hanno bisogno di essere sostenute, cosa più difficile dello stesso realizzarle. Abbiamo dieci grandi opere, a sostegno di anziani, tossicodipendenti, abbandonati, ragazze madri, e scuole che vanno da asili ad università, un ospedale di 1000 metri quadrati e duecento posti letto, case, mense per i niños de rua, bambini di strada senza casa né famiglia, a cui per lo meno garantiamo due pasti caldi al giorno. Ho poi fondato 104 comunità cristiane in foresta. La geografia honduregna è quasi completamente montuosa e ricoperta da foreste, con rete viaria quasi inesistente. Raggiungevo le mie comunità su animali, o facendo rafting su gomme di mezzi pesanti, attraversando fiumi quando sono troppo mossi o imbarcazioni a motore quando è possibile.

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Ospedale “Casa Alivio de Sufrimiento”, El Paraìso, Honduras.

 

Lei ha detto: “Spesso quando salivo in montagna tornavo sempre triste.” Perché?

Perché quando si guarda in faccia la realtà e si fanno un po’ di inevitabili paragoni, ci si accorge di quanto sia profondo l’abisso che separa la vita di questa gente dal nostro benessere. Noi stiamo bene, noi rischiamo di farci del male perché vogliamo farci del male. Siamo poco tolleranti, poco inclini al vero sacrificio, sordi ai consigli, convinti di sapere e conoscere. Dalle altre parti si vive un po’ più semplicemente. E non abbiamo tutto, anzi, meno di niente, tanto che persone si lasciano morire lentamente perché non hanno la possibilità di accedere a strumenti medici.

Ci sono differenze tra i nostri bambini e i loro bambini?

I bambini di El Paraiso sono esposti a mille problemi, ma non si lamentano, giocano a pallone, sorridono. I nostri crescono con giochi che li educano alla competizione, ad un più difficile star bene insieme.

Se le dico “Ciad”?

Il Ciad è stata un’esperienza diversa. Le sue comunità sono primitive. Ci sono arrivato perché suore e frati con cui cooperiamo ancora mi avevano chiesto di dar loro una mano. Sai, fuori dalle mura italiane o spagnole, esiste un’altra faccia della Chiesa che ha pochissimo e si dedica agli ultimi, alla loro assistenza medica, educazione. E’ questo l’impegno in Ciad, sociale, concreto.

Qual è il primo ricordo che le torna in mente?

Bruno. Non è solamente un ricordo. Bruno è un bambinetto che mi è morto in braccio, che ha segnato la mia vita. Pensare che si può morire di fame… Ne ho viste tante di morti, violente, malati che si spegnevano lentamente, ma mai prima un bambino per fame. E’ terribile. Terribile. E la cosa più insopportabile è non poter far nulla. Gli strumenti che abbiamo sono ancora insufficienti. Sono molto critico nei confronti di associazioni che hanno voce forte oggi. Le vedo come sponsor delle squadre di calcio. Spendere 10 milioni di euro almeno per farsi pubblicità non mi sembra moralmente corretto. C’è un’umanità ferita, di cui ho preso coscienza dopo quest’esperienza, che ha bisogno di qualcuno che curi le sue piaghe. Spero di ripartire presto.

Per dove?

Non importa dove, ma esserci. Ho lasciato una fondazione in Honduras con un patrimonio di 4 milioni di euro, gestiti ora da una signora che faceva pulizie a casa. Non importa possedere, non è quello che fa la differenza. L’inquietudine del cuore di cercare sempre il giusto, il vero, questo fa la differenza. Ogni giorno chiedo al Signore “Dammi occhi per vedere e un cuore per non dimenticare”, il ricordo è importante. Tutta la povertà che ho visto io non voglio dimenticarla.

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Cosa voleva fare da piccolo?

Il prete. Da sempre. Da quando giocavo a pallone sotto casa da bambino. E ho sempre desiderato la missione. A me piace tanto il mondo del sociale. Anche quand’ero in Italia negli anni ’90 mi sono occupato molto di sociale. Abbiamo fondato cooperative, il “progetto Policoro”, una centro per tossicodipendenti messo su con don Mazzi, a Tursi. Sono stato il primo parroco della Fiat. La mattina alle 4 facevo il caffè per gli operai che andavano a lavoro, era l’unico modo per interagire con loro.

Di cosa ha bisogno la Basilicata?

Manca vita. Lo stare insieme bene. Le Chiese organizzano corsi, ma non piattaforme d’incontro. Quello che di più creativo si fa è bere qualcosa attorno ad un tavolino. Eppure abbiamo così tanta bellezza storico-artistica per cui emozionarci, potrebbe bastare una pietra di un vicolo in centro storico.

Qual è il suo libro preferito?

Potrebbe essere banale ma è la Bibbia. L’ho letta tante volte e in tutte le lingue che posso. Parla al cuore.
In ordine di tempo, invece, l’ultimo libro letto è di Valentina Furlanetto e si intitola “l’industria della carità’’, con prefazione di un caro amico missionario, Alex Zanotelli. L’indagine della giornalista svela dove finiscono i soldi che noi diamo ai ‘buoni’, alle associazioni che si occupano di beneficenza, volontariato, di aiutare i paesi in via di sviluppo, oppure di  lottare per i diritti umani, degli animali o dell’ambiente. In Italia siamo abituati a parlar bene dei ‘buoni’. Non è sempre così.

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Una cosa che non ha ancora fatto e che vorrebbe fare?

(sorride) Il giro del mondo in barca. Se potessi, partirei anche domattina. L’uomo è viaggio, incontro, sorpresa. Anche se, al viaggiare su mezzi, preferisco sempre i miei piedi.

Qual è ad oggi il suo senso della vita?

Essere una cosa sola con Dio e con gli altri.
Vivere l’intimità con Dio nell’intimità con gli altri.

Un augurio per i nostri lettori?

Spero siano dei lettori che abbiano la pazienza di leggere tutte queste mie parole.
Leggere… La lettura è compagnia. In Honduras, in foresta, era sempre difficile addormentarsi. Ed ecco allora pagine e una lampadina. Ho letto più lì che in tutto il mio percorso di studi.  I libri sono piedi che portano dove non è possibile andare. Quindi anche i nostri lettori, se ci leggeranno, metteranno piede ad El Paraiso, o in Ciad, e spero anche un po’ di cuore.

 

 

 

 

 

credits foto: Carla Polese (foto intervista)

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