L’insostenibile leggerezza dell’essere (controllato): monitoraggio e democrazia

Li chiamano diritti di terza generazione. Un po’ come gli emigrati, anche loro son figli di una storia che affonda le radici nella nascita dello...

3400 0
3400 0

Li chiamano diritti di terza generazione. Un po’ come gli emigrati, anche loro son figli di una storia che affonda le radici nella nascita dello Stato di diritto e che, soltanto con il trascorrere del tempo, ha potuto trovare sviluppi adeguati alle circostanze contingenti.

Tra questi è compreso il diritto ad un ambiente salubre, già riconosciuto all’interno della Dichiarazione delle Nazioni Unite durante la Conferenza sull’ambiente umano (Stoccolma, 1972). Quest’ultima stabilisce dei principi fondamentali, tra i quali il diritto dell’uomo a vivere in un ambiente di qualità che permetta una vita dignitosa e di benessere e la responsabilità di proteggere e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e future (1° principio), ma anche l’utilizzo delle risorse non rinnovabili in modo da prevenire il pericolo del loro esaurimento e da assicurare che i benefici di tale utilizzo vadano a tutta l’umanità (5° principio).

Già partendo da questi due principi si configura la questione ‘petrolio’ in termini di bilanciamento di interessi, così come prospettato dal dibattito acceso degli ultimi mesi: da una parte la tutela della salute dei cittadini, dall’altra l’utilizzo delle risorse sebbene orientato a perseguire finalità sociali.

Da qui l’annosa questione: come coniugare esigenze opposte e allo stesso tempo complementari, senza abdicare a nessuna delle due?

Nel tempo la risposta è stata trovata all’interno del concetto di trasparenza di informazioni che coinvolgono il processo di sfruttamento del terreno e di impiego di pubbliche risorse; in Basilicata, in particolare, si è già avuta una sua declinazione (con le dovute differenze) in termini di ‘tavolo della trasparenza sul nucleare’, sentito come fortemente necessario dopo i fatti di Scanzano oramai noti.

Con l’intensificarsi dell’attività estrattiva sul suolo lucano, e alla luce delle proteste scaturite contro il decreto Sblocca Italia, si è fatta ancora più sentita l’esigenza di una piattaforma che si ponesse come punto di incontro tra società civile, rappresentanze politiche e industrie petrolifere. Esigenza di cui si è fatta carico la legge regionale n.4 del 27 gennaio 2015 con la quale si istituiva presso il Dipartimento della Presidenza della Giunta il “Tavolo della trasparenza sul petrolio” con l’ “esigenza di tutelare ulteriormente gli interessi collettivi, facilitare un approfondimento ed una divulgazione dei risultati delle attività di monitoraggio ambientale, valutare le ricadute sociali ed economiche delle attività estrattive, nonché alimentare processi di partecipazione che aumentino il livello della trasparenza della pubblica amministrazione e che permettano di rendere più facilmente visibili e perseguibili gli obiettivi di tutela della salute dei cittadini”

La disposizione rimandava alla Giunta, previo parere della Commissione consiliare competente da esprimersi entro trenta giorni, la costituzione del Tavolo. Tuttavia ad oggi il Tavolo non risulta ancora operativo.

Questa mancata attuazione della disposizione contenuta nella legge di stabilità, sebbene sintomatica di un ritardo istituzionale, potrebbe però essere rivolta a vantaggio della comunità lucana che è ancora in tempo per giocare un ruolo fondamentale nella definizione dei soggetti che comporranno questo organo di confronto e controllo. D’altronde, se il fine ultimo è tutelare gli interessi dei cittadini e facilitare il dialogo e la trasmissione di informazioni, generando un monitoraggio diffuso, chi meglio dei cittadini stessi per decidere degli stakeholders da includere all’interno del progetto di trasparenza?

Nel frattempo qualcosa si è mosso dal punto di vista della prevenzione e dell’analisi scientifica: con una delibera di giunta (n. 131, 10 Febbraio 2015) è stata istituita la Fondazione Osservatorio Ambientale Regionale che ha come finalità, tra le altre, quella di ‘promuovere, coordinare e realizzare programmi di ricerca scientifica per l’analisi dell’impatto delle attività antropiche sulle matrici ambientali, sulla salute delle popolazioni e degli ecosistemi e sul sistema socio-economico (…)’.

Sarebbe ingenuo, tuttavia, ritenere che passi come questi – sicuramente concreti ma non del tutto sufficienti- possano da soli risolvere le problematiche legate ad un tema che presenta così tante sfaccettature.

Se è vero che la questione ambientale ha dimensioni che trascendono il locale (come la dichiarazione dell’Onu di cui sopra dimostra), è forse anche in una dimensione sovranazionale che si potranno ricercare soluzioni compatibili e soddisfacenti. Interessante sarebbe analizzare la piattaforma EITI (https://eiti.org/ ) nata in Norvegia (e non a caso, vista la storia economica degli ultimi anni del paese scandinavo) ma ora diffusasi anche in altri Paesi dove avvengono estrazioni petrolifere (l’Italia manca).

EITI si presenta come una best practice da cui si potrebbe prendere spunto e, chissà, fare della Basilicata la pista di lancio per un’iniziativa simile) con il compito di monitorare l’utilizzo delle royalties (e la loro quantità distribuita differentemente nei vari Paesi) e comparare e condividere politiche e migliori pratiche.

La strada verso un controllo dal basso sulle attività che riguardano così da vicino i cittadini lucani è ancora in salita; eppure vale la pena di armarsi di buon fiato e tentare la scalata. La battaglia di democrazia, oggi, passa da qui e ci lascia ad un bivio: Osservatori (attivi, attenti, critici, con uno scopo di controllo democratico sui processi decisionali) o no? A noi, e alle Istituzioni, l’ardua sentenza.

In this article

Join the Conversation

AlphaOmega Captcha Classica  –  Enter Security Code