Trasparenza, l’Italia scala la classifica grazie al FOIA

FOIA è l’acronimo con cui è conosciuto il Decreto Trasparenza, approvato dal Governo nel maggio scorso. Sta per “Freedom of Information Act”, nome con cui...

1157 0
1157 0

FOIA è l’acronimo con cui è conosciuto il Decreto Trasparenza, approvato dal Governo nel maggio scorso. Sta per “Freedom of Information Act”, nome con cui sono definiti in ambito anglosassone i provvedimenti che regolano il diritto di accesso dei cittadini ai documenti in possesso delle pubbliche amministrazioni e, dunque, il diritto alla trasparenza. Diritto ormai considerato sempre più importante nei Paesi democratici, in quanto garanzia per i cittadini di essere correttamente informati non solo su procedimenti che li riguardano direttamente, ma anche su “voci” che riguardano la collettività, come le spese sostenute dai comuni per i vari servizi, oppure i finanziamenti concessi dalla Regione, o ancora i criteri di valutazione adottati in un concorso pubblico, per fare degli esempi.

In Italia, la prima disciplina in tal senso risale al 1990, quando arrivarono (in ritardo rispetto a molti altri Paesi occidentali) alcune norme contenute nella legge n. 241 sul procedimento amministrativo, e che hanno rappresentato il punto di riferimento sul tema per gli anni seguenti. L’approvazione del FOIA del 2016 è stata interessante perché è stata essa stessa un esempio di partecipazione civica – o quantomeno di influenza – verso la definizione del testo finale. In origine, infatti, il testo presentava numerose criticità – in realtà poi non del tutto estirpate, come vedremo – che sono state in parte superate grazie all’impegno di numerose associazioni organizzate sotto la sigla FOIA4ITALY. È così che è stato cancellato, ad esempio, il cosiddetto “silenzio-diniego”, vale a dire l’assenza per la pubblica amministrazione dell’obbligo di motivare il rifiuto all’accesso a un certo documento; o ancora è stata prevista la gratuità dell’accesso in formato elettronico e cartaceo; così come sono stati introdotti rimedi stragiudiziali (responsabili anticorruzione e difensori civici) in caso di diniego.

Grazie a questa nuova disciplina l’Italia migliora decisamente in fatto di trasparenza: in questi giorni lo ha “certificato” anche il Right to Information Rating, un indice elaborato da Access Info Europe e il Centre for Law and Democracy che misura proprio il grado di trasparenza previsto ed applicato negli Stati del mondo. Il nostro Paese, infatti, con il FOIA passa dal 97° al 54° posto in classifica, con punteggi grosso modo in linea con gli altri Stati occidentali e, in alcuni casi, migliori (è, a sorpresa, il caso della Germania, che si piazza solo 105esima). La tabella riportata di seguito mostra in dettaglio i punteggi dell’Italia.

rti trasparenza
Fonte: rti-rating.org

Si può notare che otteniamo i punteggi più alti sui principi e sulle procedure, mentre sono valutate in maniera insufficiente le eccezioni, le sanzioni, i ricorsi. Ciò porta alle lacune del nostro FOIA, che in effetti non ne è privo. Per quanto riguarda i ricorsi, ad esempio, ci si può rivolgere ai difensori civici soltanto per gli enti locali e le Regioni, mentre nel caso di organi centrali bisogna fare ricorso al TAR, un rimedio più complicato e costoso. Discorso simile per le sanzioni, ritenute non abbastanza rigorose. Le eccezioni all’accesso rappresentano un altro nodo da sciogliere: secondo molti, infatti, il Decreto prevede eccezioni al diritto di accesso troppo vaghe e quindi potenzialmente inclusive di parecchie fattispecie. Su questo punto saranno quindi fondamentali le linee guida operative dell’ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione, attese entro fine anno. Nel complesso buone notizie, dunque, ma la strada è ancora lunga.

In this article

Join the Conversation

AlphaOmega Captcha Classica  –  Enter Security Code